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09 Gennaio 2007
I ragazzi del '99 (brain run!)Sul Corriere.it di oggi, Gian Antonio Stella racconta che:
Sotto i 35 anni solo 9 docenti su 18 mila Università: i giovani sono lo 0,05%. Buon per lui che non la ingoiò, Paolo De Coppi, l'esca messa all'amo della leggina «Rientro dei cervelli». Peggio per l'Italia e buon per lui che se ne restò all'estero, a studiare le cellule staminali fino alla clamorosa scoperta finita ieri sulle prime pagine di tutto il mondo. Quelli che tornarono, adescati dalla prospettiva di entrare nelle università superando barricate burocratiche, trincee baronali e ragnatele sindacali, si ritrovano infatti a rimpiangere il posto perduto in America, Olanda o Germania e a fare i conti con le solite vecchie regolette corporative di un sistema abnorme. Dove due numeri dicono tutto: su 18.651 docenti di ruolo, quelli con meno di 35 anni (l'età di De Coppi) sono 9: lo zero virgola zero cinque per cento. Al contrario, quelli con più di 65 anni sono 5.647: il 30,3%. Eppure lo sanno, quelli che governano il mondo universitario. [...] contro il nostro umiliante 0,05% i cattedratici sotto i 35 anni sono il 7,3% in America, l'11,6% in Francia, il 16% nel Regno Unito. E che al contrario gli anziani oltre i 65 anni scendono al 5,4% in America, all'1,3% in Francia, all'1% in Inghilterra. Onestamente: è mai possibile che la fascia più numerosa degli «ordinari» italiani (1.048 persone) abbia 60 anni e cioè due più dell'età media dei rottami umani ancora nostalgicamente iscritti al partito comunista russo? [...] Pare impossibile ma tra i 18.150 associati, gente comunemente associata (scusate il gioco di parole) a chi è in carriera e aspetta di passare di ruolo, la fascia di età più affollata è la stessa: 60 anni. Quelli che hanno già spento la 65ª candelina sono 1.758. Cioè 683 in più degli under 40. [...] Finché alla fine di gennaio del 2001 il governo Amato varò il programma «Rientro dei Cervelli». Che, tentando per la prima volta di arginare la fuga di tanti studiosi sparsi in mezzo mondo, offriva agli esuli di rientrare con un contratto (a tempo pieno) iniziale di tre anni in cui lo Stato si faceva carico dello stipendio e per il 90% di un progetto di ricerca proposto dal candidato. Il governo di centrodestra confermò e rilanciò. Scrivendo a chiare lettere, nei decreti successivi del 2003 e del 2005, che l'obiettivo era offrire «ai giovani ricercatori italiani impegnati all'estero, l'opportunità di un definitivo rientro nel proprio paese». Chiaro? «Definitivo». Questo era l'impegno preso dall'Italia con gli italiani che avevano lasciato posti spesso di grande prestigio e grandi stipendi: l'offerta di avere un posto «de-fi-ni-ti-vo» senza che si andassero a infognare nelle beghe bottegare di certi atenei. Un impegno che la Moratti ribadì ancora il 10 maggio scorso, spiegando che dopo «l'inserimento in Italia con contratti a termine di oltre 460 studiosi, è stata data quest'anno priorità alla loro stabilizzazione». Sapete com'è finita? Che l'ambizioso programma, costato 52 milioni, si è infranto contro mille distinguo, mille cavilli burocratici, mille intralci procedurali. Tizio, Caio e Sempronio sono dei genii? Sarà. Ma bisogna vedere anche se tutti i moduli sono a posto, quanto vale in Italia la qualifica che avevano in America e poi i titoli e le carte e i timbri… Risultato: dei 460 faticosamente riportati in Italia, finora sarebbero stati richiesti ufficialmente dagli atenei italiani solo in una cinquantina e avrebbero superato le forche caudine del Cun (Consiglio universitario nazionale) solo in dieci. E il bello è che non possono manco tentar la carta dei concorsi: sono bloccati dal 2003 in attesa delle nuove regole. Auguri. O good bye...
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Paolo Rossi, "Lei", Era meglio morire da piccoli?, Baldini&Castoldi, Milano, 2002 L'altro blogIn inglese, su luoghi, gente e cibo: Echte Italiaanse Smaak Link amiciAmo1. Opicina/Utrecht/Den Haag
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3 commenti
se fazzo
noto con piacere